
Storia di un’amicizia
«C’è stato un ridere di gusto quando c’era da ridere, e anche un certo stupore che si potesse non essere rompicoglioni.» Questo è un libro di avventure successe a Gianni Celati (1937-2022) e all’autore, un libro di passioni letterarie, e di tanti altri personaggi un po’ svitati, incontrati o transitati nei loro pressi; un libro sulla vita con le sue magie, con le vicende più memorabili, e il cammino fatale verso la fine, quando il tempo concesso scade.
È la storia della loro amicizia, un po’ divertente un po’ struggente, un antidoto contro qualsiasi atteggiamento insincero, nell’arte e nella vita, oggi che tutti sgomitano per stare in vetrina a sproloquiare. Gianni Celati, oltre che amico, è stato un magistrale scrittore del secondo Novecento, che senza appartenere a nessuna corrente, ha però suggestionato tanti altri più giovani autori, che infatti qui compaiono coi loro tic, le loro manie, le scempiaggini, le benemerenze. È la descrizione di un’epoca, passata come un sogno, già volato via, che si è posato su queste pagine, con la delicatezza dei ricordi.
L’immensa distrazione
«Ettore Manfredini, nonostante fosse appena morto, la mattina del 21 febbraio 2017 ebbe la netta sensazione di svegliarsi». Inizia cosí il nuovo libro di Marcello Fois, che torna al grande romanzo familiare, questa volta in un’Emilia mitica e concretissima, fatta di campi, allevamenti, industrie, infinite pianure. Per un istante lungo quasi trecento pagine, Ettore ripercorre i momenti decisivi, le grandi gioie e i grandi dolori della sua stirpe.
E finalmente vede tutti come sono stati davvero. I Manfredini hanno trasformato un semplice mattatoio in un impero, con l’accanimento di chi conosce la miseria e l’astuzia di chi ha capito come uscirne. Ma ogni cosa che li riguarda, il loro inesausto gioco di sentimenti, alleanze, silenzi e potere, si fonda su un inganno. Sono questo, i Manfredini: spietati, umanissimi. Venite a conoscerli..


La ragazzina
Lei è Giovanna d’Arco. Vergine, puttana, santa, pazza: ne hanno dette tante su di lei, e ancora se ne dicono. “Ma il fatto è che a lei non interessava.” Perché ha una missione chiara davanti a sé, e quando gli uomini capiscono che fa sul serio, allora tentano di ridurla: in ceppi, a più miti consigli, farla piccola come loro. Invece il mondo è grandissimo, e lei lo sa. È indomita, è incontrollabile, è praticamente irriducibile. Vestita in abiti maschili – crimine che nel 1400 vale la scomunica –, galoppa per riconquistare i territori che nel corso dell’estenuante guerra dei cent’anni gli inglesi hanno sottratto alla Francia, galoppa per rimettere il Delfino sul trono. Galoppa in testa a un esercito che crede in lei, perché lei va alla guerra in modo diverso, con clemenza verso i popoli, lasciando la battaglia ai soldati, pregando e cercando giustizia. Perché prima di reggere la spada e lo stendardo, lei giocava con i fratelli, ascoltava storie, faceva sogni bellissimi e parlava con sua mamma. Perché prima di tutto lei è una ragazzina. “La ragazzina” è quasi la traduzione italiana di “la pucelle”, la pulzella d’Orléans. Come la guerra dei cent’anni è quasi come ogni guerra, come l’assedio d’Orléans è quasi come un assedio di oggi. Come il coraggio e la determinazione di Giovanna sono quelli di ogni ragazzina che si mette di traverso per cambiare l’ordine dei potenti e delle cose: e questo senza quasi.
Lo sbilico
Com’è possibile raccontare sé stessi quando si è in preda ad allucinazioni costanti? Come si analizza la sofferenza psichica dall’interno della psiche che soffre? Per riuscirci, Alcide Pierantozzi ha dovuto reinventare niente meno che l’italiano, farlo suo e soltanto suo, mescolando la tradizione novecentesca a un’autofiction vertiginosa, la massima sapienza stilistica a una spregiudicatezza quasi anarchica.
Dentro lo “sbilico” tutto è teso fino al punto di rottura, e oltre: la velocità dei pensieri, i muscoli in palestra, il vocabolario. Il risultato è un viaggio a occhi sbarrati nella perdita di sé, lucido eppure carico di commozione, reso possibile solo dalla letteratura, e che quindi celebra la letteratura stessa.
Se ha ancora senso parlare di canone, noi crediamo fermamente che Lo sbilico entrerà a far parte del canone di questo millennio. Che questo romanzo sia un punto di non ritorno sul racconto della mente, della sua vastità e della sua ambivalenza; un racconto in cui la minaccia della malattia finisce per coincidere, proprio attraverso la scrittura, con l’unica possibilità di salvezza.


La vita sempre
Esplora le vite intrecciate di Francesco e Teresa e della loro comunità di Alba dal primo dopoguerra fino alla Seconda Guerra Mondiale. Francesco è incorreggibile, bello, pieno di vita. Teresa studentessa serissima, volontà di ferro, una giovane donna che tiene a bada i propri sogni. I due non potrebbero essere più distanti eppure si attraggono, si innamorano e, mentre il mondo va in fiamme, si troveranno a difendere il loro amore e la loro figlia, lottando nel nome di quell’impeto di vita che sovrasta ogni cosa, anche la guerra, il fascismo, la povertà. Una riflessione profonda sul rapporto tra destini personali e grandi narrazioni collettive che è anche affresco complesso delle dinamiche familiari, delle aspirazioni giovanili e dei meccanismi sociali che caratterizzano gli anni Venti e Trenta, piccole storie private che diventano metafora di più ampi processi storici e sociali, offrendo una ricostruzione emotiva oltre che storica di un’epoca di transizione. Con la forza della grande letteratura, Elena Varvello racconta con profonda sensibilità le trasformazioni sociali di una generazione segnata dai conflitti, dai cambiamenti politici e dalle sfide esistenziali, attraverso una narrazione intensa, capace di catturare le psicologie individuali e sfaccettate dei personaggi che si muovono sullo sfondo di un’Italia in rapida trasformazione. La vita sempre diventa così un prezioso documento umano che restituisce voce e dignità a una generazione spesso dimenticata, il racconto di un amore, un confronto serrato con la memoria e i non detti, e ci regala personaggi indimenticabili, pieni di coraggio e ribellione, di desiderio e libertà.